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Le donne umane e gli animali non umani: oggetti di oppressione, soggetti di liberazione.

Ultimi aggiornamenti

(17-11-2008)

Comunicato per il 22 novembre 2008: «Nessuno è schiavo per natura»

Val Plumwood, «Essere preda»

Attualità

20 novembre, Tradate (VA):

Proiezione del documentario Vogliamo anche le rose di Alina Marazzi

22 novembre, Roma:

Manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne

29 e 30 novembre, Tradate (VA)

Laboratorio di scrittura creativa, con Mia Parissi

16 maggio 2009, Milano e Lione:

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Testimonianza di una allevatrice pentita

Nelly Sarreméjeanne

Testimonianza tratta dal libro Végétari'elles. Traduzione: Ery.

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I miei genitori erano piccoli contadini del basso Ardèche. Vivacchiavano con un gregge di capre, come tutti quanti laggiù. Ho passato la mia infanzia e adolescenza fra le capre ed i capretti, che consideravo come dei compagni. Rientravo della scuola, e andavo a «custodirli».

Quando il mercante di cavalli, verso Pasqua, veniva a comperare i capretti, mi rifugiavo nella natura, il cuore sconvolto. I miei genitori, divisi tra la necessità ed il cuore, tuttavia non uccidevano capretti per noi. I giorni che seguivano, era una pena udire il belare di alcune madri che chiamavano i loro piccoli (ce ne sono di persone animali come di persone umane, che hanno un istinto materno più sviluppato di altre).

A 18 anni, maturità in tasca, sono voluta «restare al paese», e sviluppare il gregge (erano gli anni ‘70). Ma non avevo previsto che l'allevamento all'antica dei miei genitori fosse superato. Ora era questione di redditività, dunque di selezione, dunque di eliminazione. La mia visione sentimentale e romantica dell'allevamento è crollata quando ho dovuto mandare al mattatoio Junie, una Saanen di 10 anni, troppo vecchia per seguire il gregge.

La prima (ed ultima) volta in cui ho dovuto trattare con il venditore di cavalli per la vendita dei capretti, ho creduto di morire di dispiacere vedendo come li ammucchiava senza riguardo in casse chiuse da una grata. Belavano e chiamavano aiuto, ed io ricevevo denaro (cercando non di farmi imbrogliare), per quest'atto di barbarie!

L'allevamento mi metteva tra le fila dei nazisti!

Ero nella situazione psicologica di una ragazzina che veniva costretta a vendere il proprio cane ed il proprio gatto! Ne è seguita una lenta depressione. Avevano un bel dirmi che occorreva fare una distinzione tra gli animali da compagnia e quelli destinati ai nostri prodotti alimentari, non arrivavo a fare una separazione nel mio cuore.

Evidentemente, ero troppo sentimentale per questo lavoro.

Non so ciò che sarei diventata se non avessi incontrato dei vegetariani che mi hanno parlato della dignità animale e della possibilità di nutrirsi senza versare del sangue. Sono diventato vegetariana da un giorno all'altro, con un grande sollievo interiore; il dilemma terribile è svanito e ho cambiato completamente vita.

Ho 44 anni, e 21 anni di vegetarismo totale. Ho dato alla luce un bebé vegetariano che è diventata una magnifica giovane donna, vegetariana anch’essa per convinzione personale. Ho avuto la possibilità di essere seguita da un medico simpatizzante di questo modo di nutrirsi, che mi ha fatto partorire in casa. Sono così sfuggita a molte pressioni; poiché, se si accetta facilmente che un adulto non mangi carne, ben poco lo si accetta per una donna incinta e per un bambino! E tuttavia, dalla sua nascita, nessun problema di salute... Auguro a tutti i bambini del mondo di essere in così buona salute.

Tuttavia, non mi sento completamente in accordo con me stessa: sto provando a passare al veganismo perché mi sembra più coerente. Sono al posto giusto per sapere che bisogna uccidere i piccoli per avere il latte.

Ma non sono alla fine del mio cammino...