
Le donne umane e gli animali non umani: oggetti di oppressione, soggetti di liberazione.
Questo articolo è stato scritto, in occasione della mobilitazione del 22 novembre 2008, per presentare il collettivo donnEanimali ed esporre alcuni suoi percorsi di riflessione. È stato pubblicato su Il Paese delle donne on line il 21 novembre 2008.
Un anno fa, in occasione della manifestazione nazionale delle donne contro la violenza maschile, alcune/i militanti contro lo sfruttamento animale cominciarono ad interrogarsi sull'intersezione tra discriminazione di genere e discriminazione di specie. Nacque così il collettivo donnEanimali.
L'argomento è poco esplorato in Italia, ed alcuni lo troveranno forse marginale. Eppure, la voce e l'esperienza delle donne - già più numerose degli uomini nella scelta vegetariana, nella cura concreta degli animali e nella militanza politica in loro favore – costituiscono un apporto fondamentale alla lotta per la liberazione animale.
Il percorso di donnEanimali è nato come critica alll'astrattezza categorizzante che contraddistingue lo sguardo maschile anche quando nega l'ideologia specista: infatti, in mancanza dell'apporto del pensiero femminista, che separa il biologico dal politico, parlare di semplice anti-specismo rischia di riproporre concettualmente la distinzione tra «specie» costruita da quella stessa ideologia che si vuole contrastare. Invece la specie non solo è una categoria storica, e quindi mobile, come insegna la biologia evolutiva, ma soprattuto è una categoria politica, come il genere e la razza, e in quanto tale non coincide con distinzioni biologiche. Solo riconoscendo questa realtà diviene possibile vedere gli animali come soggetti insieme ai quali vivere, in una società allargata, multispecifica (nello stesso senso in cui si parla di multiculturalità), e non semplicemente da tollerare o tutelare, perpetuando idealmente lo stesso gesto di separazione che oggi li rende schiavi.
Questa difficoltà, notano le donne, è diretta conseguenza della predominanza della parola maschile nella teorizzazione della questione animale. La parola maschile finisce per imprigionare l'asse del discorso all'interno della dilaniata coscienza dell'animale dominante, l'uomo come maschio, bianco, occidentale, etc. Pur esprimendo «pentimento», un tale discorso non potrà che riaffermare inevitabilmente l'ego ed il protagonismo del dominante, mentre l'esistenza concreta degli animali-vittime - donne, popoli colonizzati, migranti, animali non umani... – continuerà a non manifestarsi nella sua soggettività ed autonomia, e a restare immagine fantasmatica e passiva: anche se destinatarie di riabilitazione, le vittime continueranno a subire silenziosamente la costruzione della loro identità da parte di altri.
Prendendo la parola, le donne, che vivono nella loro carne condizioni di oppressione molto vicine a quelle degli animali, possono avviare invece un'analisi diversa, basata sull'esplorazione delle origini materiali delle categorie di discriminazione. Questa analisi rifiuta l'idea che l'oppressione sia il prodotto di un processo di costruzione psicologica dell'alterità da soggiogare; o ancora, con un tipico sofisma idealistico, che sia il prodotto di una generica «ideologia del dominio»: le idee, infatti, possono accompagnare la conflittualità sociale, ma non esserne all'origine. Si tratta invece di indagare dal basso l'instaurazione delle modalità concrete di appropriazione dei corpi, delle energie e del lavoro di donne, animali ed altri soggetti oppressi.
Emergono allora dati come la spartizione del cibo secondo il genere: per tradizione, la carne spetta agli uomini, e alle donne sono riservati cibi più delicati; questo, insieme al fatto che gli animali uccisi per il consumo alimentare non sono mai «maschi», ma cuccioli, o giovani castrati, o femmine non più produttive, spinge Carol Adams (in The Sexual Politics of Meat, 1990, Continuum) a concludere che il consumo di carne è intimamente legato al dominio maschile. O come l'intreccio tra economia zootecnica ed economia patriarcale: nel mondo rurale tradizionale, spiega Christine Delphy (ne L'ennemi principal, 1, Économie politique du patriarcat, Éditions Syllepses, Paris 1998), gran parte del lavoro viene svolto gratuitamente dalle donne della famiglia del fattore; per cui, alla condizione di schiavitù degli animali corrisponde una fattuale condizione di servitù delle donne. Sia per quanto riguarda il consumo che la produzione della carne, quindi, l'oppressione degli animali non umani fa da sfondo a quella delle donne.
Anche nella problematica del cosiddetto «scontro di culture» le donne e gli animali si ritrovano vicini, in quanto oggetto delle due polemiche più spesso ricorrenti: quella sul velo e quella sulla macellazione rituale. Le une e gli altri, da vittime concrete divengono semplici pedine nel duello tra due differenti tecnologie del corpo, quella «laica» occidentale e quella teocratica medio-orientale, e restano puri oggetti di appropriazione secondo le modalità dell'una e dell'altra, senza mai potersi innalzare al rango di soggetti, unici custodi della propria integrità.
Attualmente, donnEanimali esplora il modo in cui gli animali sono usati come simboli di un ideale «naturale» di famiglia nella letteratura per l'infanzia: mamme orse che preparano la cena mentre papà orsi attendono ronfando in poltrona sono chiaramente strumenti volti ad inculcare nell'immaginario di bambine e bambini la norma eterosessuale e la stereotipata divisione del lavoro secondo il genere.
Quest'ultimo tema costituisce l'avvio del comunicato di adesione di donnEanimali alla mobilitazione delle donne contro la violenza maschile. Sabato 22 novembre, anche le vegetariane si uniscono al corteo delle donne, con lo slogan: «nessuno è schiavo per natura: nessun codice genetico condanna i corpi delle donne e degli animali non umani ad un destino di servitù».